martedì 28 marzo 2017

Dalla Russia con amore


Ho smesso di sorridere,
le labbra sono gelate,
ad una sola speranza
segue più di una canzone.
Senza colpa cederò il canto
al riso e alla profanazione,
ché al colmo del dolore
per l’anima è il silenzio
d’amore
("Ho smesso di sorridere" di Anna Achmatova


Il dolore di questi versi della grande poetessa russa accusata dal regime sovietico di essere troppo lirica, e quindi troppo poco politica, mi sembrano l'epigrafe giusta a quello che sta accadendo in queste ore. 
Quale saranno le conseguenze dopo la manifestazione di domenica (Leggi QUI) lo stiamo capendo a suon di minacce e con l'arresto di Alexei Navalny, il più grande oppositore, in vita, - sto pensando alla Politkovskaja, non posso farne a meno - di Putin.
Poi c'è un effetto più allargato che si espande come piccoli cerchi concentrici sull'opinione pubblica russa, a un tratto scrollata dal torpore di ricchezza e paura. 
Infine, l'eco arriva fino a noi qui.
Che dobbiamo sorbirci il Salvini-pensiero sulla questione, il suo frasario e il suo incondizionato appoggio al "leader democratico" e alla sua politica economica mono-tassa (QUI).
Ho smesso di sorridere.

(Manifestazione)







lunedì 27 marzo 2017

Ora solare

(...)
Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L'abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.
(da "L'orologio" di Charles Baudelaire )


Ci sono delle volte in cui mi sembra di non andare a tempo, di essere sfasata. Le ore passano e con loro i minuti e con loro i secondi, mentre continuo a cercare l'assetto esatto della mia giornata. 
(Lo specchio di fronte mi riflette piuttosto come uno scentrato Bianconiglio, seduto sul divano di pelle nera consunto al bordo proprio uguale a quello di casa mia).
Dovrei sbrigarmi, dovrei finire quel libro o uscire, dovrei. Ma mi capita solo di ritornare laggiù, e prendo al volo l'occasione, dentro, per esempio, a quella volta che camminavo nei pressi di un piccolo bar, a Chicago, sì ero lì, che mi sembrava che l'avessi sempre fatta quella passeggiata dalle parti di quel sottopassaggio di Chicago coi graffiti e che l'avrei potuta fare chissà quante altre volte, quell'unica passeggiata. Ritorno sovente a quel piccolo bar, uguale a quelli nostri tipo chioschetto, pensavo questo anche quella volta laggiù, lontano, una vacanza di un'estate di quanto tempo fa, venticinque anni? E pensavo ma che bello qui e ci tornerò spesso qui, che ci vuole! - e come ci credevo in quel momento - e ovviamente non ci sarei mai più tornata, mai più, anche se quel posto mi torna su da solo, come un reflusso mentale, e lo "so" così bene anche se non "so" più dov'è, nè ricordo l'indirizzo nè la fisionomia di un qualsiasi palazzo nei pressi per poterlo ricostruire almeno su google, dargli un nome a quel quartiere, nè so se esista ancora quel bar e, soprattutto, non ci tornerò mai più. E quei ragazzi vicino agli alberi lì intorno, li ricordo bene quei ragazzi che non invecchieranno mai e che continuano a darmi pace al solo pensarli. La coppia seduta al tavolino e uno con il cappello tipo coppola di jeans in piedi al banco, e poi quei bicchieri colorati che tintinnavano nell'aria fresca... Una piccola passeggiata indelebile nel tempo e nello spazio che torna su.

E quando il mio giorno declina e la clessidra si vuota, vorrei ricominciarlo o almeno riuscire strappargli qualche ora ancora. Mi servirebbe per capire perché ogni tanto mi si fermano le lancette in questo modo.
Ma è diventato già lunedì.


(Tempo perduto)





sabato 25 marzo 2017

Roma in fiore

Lunga attesa,
la mia pianta d'ibisco
eccola in fiore
(Sono Uchida 1924)



"Euforbia. E se lo deve segnà, signora... o signorina, boh " mi dice, sornione, il venditore, facendo girare sulle dita della mano il vaso della pianta che avevo scelto.
"E' difficile! Si nun se lo scrive, nun se lo ricorda: euforbia".
Un Gassman in disarmo, stessi zigomi alti e gli occhi tristi da ex pugile. Un bello degli anni sessanta, da film del dopopranzo, con la Roma ancora campagnola, le periferie in costruzione laggiù, con il biondo Tevere dove ci si tuffa e la canzonetta che esce dal juke-box. 
Sembra proprio che ne ha sbagliate tante, ma proprio tante nella vita. Spalle larghe sotto un giubbottone, scucchia, una magrezza antica, non certo quella da fitness in palestra, ma solo quella di chi fatica.  
"E' un affare. Un affare". 
Mi indica quella che "è 'na cactacea", poi questa qui, più piccolina "'n'agave".  
"E quella lassù?"
"E' 'na stapelia. Se 'ssa 'a prende - la vede che bbella pure questa - je faccio lo sconto."
"Anzi" aggiunge con aria complice, alzando un sopracciglio, sempre quello di Gasmann quando la sa lunga oppure, ancora meglio, di Walter Chiari - siamo sempre in bianco e nero, qui, al mercato dei fiori - "je darei questa. Lo vede er boccio? Questa le fa il fiore che, come le devo dì, è un fiore... leopardato. Tipo, pe' faje capì mejo... giaguarato!"
Diciotto euro, tre belle piante grasse che hanno bisogno di poco. Vero? 
"De poco, de poco. Vivono a dumila gradi, ner deserto, che je farà  n' termosifone de casa?!"
Euforbia, stapelia. Anzi, stapelia dal fiore giaguarato che mi regala un pezzo di Roma in via di estinzione. Eccola in fiore.


(tipi romani)

venerdì 24 marzo 2017

Sex


Dormiva. Ps... ps... Cristo santo, senti
come cresce! ... Si avvia un lungo toccare.
Cresce e non può aspettare... Poi lenti
baci e tenaci... e baciare a baciare
incìta... a meglio amarti, non lo senti?
non puoi lasciarlo fuori... poi in un mare
di umori, di sogni solari o chiusi,
avviticchiati, agglutinati, fusi.
(Patrizia Valduga da "Medicamenta")


Il disabile ha bisogno di amare e di essere amato, di sogni solari o chiusi e, esattamente come tutti noi che non abbiamo ancora fatto pace con le nostre pulsioni, ha bisogno anche di sesso.

Perché il sesso è vitale, è naturale, e andrebbe vissuto anche se per noi non c'è la fila o se non abbiamo la fortuna di un corpo mozzafiato o di una testa con tutti gli ingranaggi che girano come devono. 
E chi è libero dalle catene della disabilità ha l'obbligo di pensarci, ha l'obbligo di trovare soluzioni possibili non degradanti per i familiari, non punitive per chi, semplicemente, desidera con tutto se stesso un rapporto sessuale.
Per riflettere su una questione che ipocritamente rimuoviamo e che invece è lì, davanti i nostri occhi, e che pulsa e non può aspettare, vi invito a leggere questo bell'articolo apparso sul quotidiano La Stampa qualche giorno fa (clicca QUI).

(Uccello)




  


giovedì 23 marzo 2017

Westminster


Si piegano i pini ad ascoltare i mormorii del vento autunnale
che i neri pioppi fa agitare in un isterico riso
mentre la casa del giorno lentamente chiude le sue imposte
orientali.
In fondo alla valle, confusamente le lapidi del cimitero lontane
si raggruppano, avvolgendo la loro vaghezza nel grigio sudario
della nebbia,
ormai che nel crepuscolo i lampioni all'improvviso hanno
iniziato a sanguinare.
Fuori la finestra volano le foglie e passando una parola
pronunciano al viso che fissa l'esterno, guardando
se soffia la notte un pensiero o un messaggio sui vetri.
("Alla finestra" di D. H. Lawrence)


Una poesia di uno scrittore inglese vissuto tra la fine dell'ottocento e l'inizio del ventesimo secolo che sembra lo stato d'animo esatto di chi si affacciava alla modernità. Oniricità, simbolismo, slancio e grande timore.
Noi? Noi che abbiamo scavallato, e ricordiamo bene il 2001 che fu il tramonto di un sogno, noi, noi qui, a casa, al telefonino, alla stazione, noi che facciamo l'amore o litighiamo, noi siamo qui. 
E non abbiamo paura. Ce l'hanno sottratta.

(In viaggio)






mercoledì 22 marzo 2017

Scorrendo con l'acqua


Scorrendo con l'acqua 
ho camminato
fino al villaggio
(Santōka 1882-1940)


Come acqua lo haiku è fluido, sorgivo. Trasparente e semplice. Scivola negli occhi del lettore con le sue immagini che cadono come tre gocce. E arriva lontano, oltre l'orizzonte.
Fino al villaggio.
Dal primo gennaio 2017 a oggi sono morti nel Mediterraneo in 525. Bambini, donne, uomini. 525 vite per 525 sogni di riscatto (QUI)
Oggi è la Giornata Mondiale dell'Acqua.

L'acqua rosso sangue che circonda l'Europa. Solo quella mi sta a cuore.


(pesci sulla sabbia)
  

martedì 21 marzo 2017

Giornata della Poesia



Come pensare l’orrore in questo cortile
in questa città europea.
Perché vedere l’immagine di un crimine?
È mattina, il brodo sul fuoco
la biancheria da stendere, le lenzuola da piegare.
Parlo da sola. Parlo da solo.
Do del tu a me stessa. Do del tu a me stesso:
sfilati lentamente, fingiti morta – morto come i bruchi.
Oppure prova a virare
senza muovere le labbra inverti la rotta del male.
Prova da qui dal rettangolo che percorri in questa vita
prova a dire il soffio delle cose.
(Antonella Anedda "Voci sovrapposte")


Antonella Anedda illumina quella zona tra quotidiano (lenzuola da piegare) e assoluto (la città europea, la rotta del male) evidenziandoci un punto oscuro, un limitare che sfugge. Non schiarisce nulla Anedda, non edulcora, eppure i suoi versi risultano di una profonda dolcezza restituendo al lettore qualcosa di materno, di atavico.
Anedda ha una voce che ha del soffio, la ascolterete in radio stasera, una voce-soffio e che si offre con fatica, a chi sa ascoltarla.

Oggi 21 marzo tutta Radio3 parlerà quindi anche con la voce dei poeti. In ogni trasmissione ascolterete autori molto diversi l'uno dall'altro che leggeranno versi accomunati da un richiamo alla natura, alla primavera. 
Per questa richiesta sono partita dal kigo, l'elemento stagionale, dell'haiku giapponese, ma nessuno lo sa. Tranne chi, come voi, festeggia questa giornata ogni giorno, insieme a me.

(Poesia nelle cose)