martedì 27 giugno 2017


questo è tutto
per ora
in questo momento
è come se
fossimo già invece siamo
appena
e ciò che è
più strano è
che uno non se
lo immagina bene
dove potrebbe
essere arrivata
la lunga attraversata
(da Ipocalisse di Nanni Balestrini)



A Ventotene ho conosciuto Calham, il ragazzo della colazione. 
Calham prepara cappuccini e caffè perfetti, con la schiuma morbida, e serba una piccola battuta gentile quando li porge, tipo "Bello tempo eh", "Caldo ufff" con il cenno di sventolarsi, o "Caldissimo cappuccino per lei!", facendo l'occhiolino come a intendersi. 
Usa una lingua impastata di accenti, un po' di bangladesch, di cui conserva la cantilena morbida ma schioccante ogni tanto in bocca come una nacchera invisibile, un po' campana e con  quell'anticchia di romano, giusto quando vuole dire, e dire a se stesso, "a me non la si fa!"
Calham che mi sorride, e ne conosce cinque di lingue, anche il giapponese che mi ha detto di aver imparato a scuola, laggiù in Bangladesch, anche se, sospira, è difficile ricordarlo bene perché una lingua se non la parli la scordi, ma conosce un po' di arabo, di hindi, l'inglese, l'urdu. E il francese.
Vive a Ventotene, un'isola piccola, poco abitata d'inverno e piena di turisti d'estate.
Calham è la risposta alla destra che avanza, sorda e asfaltante.
E' la risposta a Trump, a quell'idea reazionaria di radici che ancora ci portiamo appresso.
Calham fa della gentilezza e della cura che mette nel suo lavoro, una pacifica lotta per la sopravvivenza. Anche nostra.


questo è tutto
per ora
in questo momento
    


(la lunga attraversata)



sabato 24 giugno 2017

Haiku x Ventotene

Santōka nacque a Sabare, un minuscolo villaggio dell'isola giapponese di Honshū, isola che attraversò tutta, per un pellegrinaggio esistenziale faticoso d'inverno come d'estate.
Ma che c'entra il mio amico Santōka, il poeta giapponese, monaco eccentrico e solitario, con questo posto? 

Nel vento
mi rimprovero
e cammino
(Santōka 1882-1940)

Ventotene, bel nome, rimugino. E che mi suona dolce come la sua parlata, ibrida di Lazio e Campania insieme, "Vento-tene", forse l'isola "téne il vento".

(Nel vento)




mercoledì 21 giugno 2017

Solstizio d'estate


E cresce, anche per noi 
l'estate 
vanitosa, coi nostri 
verdissimi peccati;

ecco l'ospite secco 
del vento, 
che fa battibecco 
tra le foglie della magnolia;

e suona la sua 
serena 
melodia, sulla prua 
d'ogni foglia, e va via

e la foglia non stacca, 
e lascia 
l'albero verde, ma spacca 
il cuore dell'aria.
("D'estate" di Carlo Betocchi)


Oggi primo giorno d'estate, l'estate vanitosa. Ed è anche il primo giorno di maturità, esame a cui la sinistra del PD, con il suo arcipelago di minoranze tutto da scoprire come fosse una meta estiva, si sta preparando da mesi.

(il cuore dell'aria)








martedì 20 giugno 2017

Lo ius soli spiegato da Giulia


(...)
Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici qui
(...)
(da "Preludio" di Derek Walcott)


Metropolitana domenica pomeriggio, sulla banchina. Nell'attesa, guardavo le teste di capelli che avevo vicino. Contavo due zazzere, quattro del tipo imbrillantinato, tre crespissime contro due liscissime e spioventi, una nascosta da un velo con perline rosa e una dal berretto con la visiera girata dall'altra parte. Insomma, una babele di teste, tutte diverse e tutte in movimento. 
A un certo punto avverto la sensazione che qualcuno mi stia fissando. Dove sei, chi sei tu che mi guardi e non favelli? E soprattutto, da dove mi raggiungi con questo piccolo laser di occhi insistente, che continua a pungermi da dietro? 
Non lo sapevo ancora che appartenessero alla più grande esperta di leggi e diritto, specializzata con il massimo dei voti. No, non lo sapevo ancora che erano di Giulia.
Insomma, sento di nuovo quel laser di occhi, mi giro e, ad altezza testa, non vedo nessuno. Abbasso lo sguardo e finalmente li intercetto! Sono nerissimi e appartengono a lei. Sì proprio a quell'espertona di diritto internazionale di cui vi accennavo che, sotto due ciuffetti infiocchettati e poco più su della bocca minuscola a forma di cuore cicciotto, continuava a fissarmi con quelle due biglie nere dal basso del suo passeggino. Serissima. 
La mamma, una giovane signora filippina dall'accento romano, aggiustandole un fiocchetto, risponde al mio sorriso e orgogliosa: "Lei è Giulia!". 
"Ciao Giulia, come sei bella. Complimenti signora!"
Giulia continua a fissarmi, immobile, se possibile ancora più seria di prima.
Cosa pensi mai, Giulia? No! Non dirmelo, stamattina volevi telefonare anche tu a Prima Pagina e rispondere al giornalista! E raccontare a gran voce la tua esperienza in materia di ius soli, esperienza che dura da sempre per te - quanti saranno, sei mesi? - e che tua madre si sente italiana, infatti ha la cittadinanza, e che ha fatto mille pratiche, ma che tu sei italiana e basta. Che lo capisci, l'italiano, e che un  giorno lo parlerai da dio e che, sempre un giorno, saprai telefonare a tutti. Ora osservi solamente, ma un giorno, farai un sacco di cose e cucinerai una pasta per primo piatto, col sugo e il basilico, e quel buonissimo secondo di verdura e carne che ti diceva tua nonna. E che le tradizioni uno ce l'ha in testa, come morbidi fiocchetti, e che non sono cappi e che le radici sono dove siamo, caro signor giornalista, volevi dirglielo ma vabbè, e che sono aeree, come quelle di una pianta bellissima che vive nelle Filippine e che ora non sai ancora bene come si chiama ma un giorno sì che lo saprai e che, sempre un giorno, li visiterai tutti quei posti di nonna per poi ritornare a casa, dove ci sarà chi ti aspetta, perché di sicuro, Giulia, uno che ti aspetta, e perde la testa per te, lo trovi. Sicuro.

(Le mie radici preferite)

lunedì 19 giugno 2017

Aggiorno il mio post su "Rosetta" 

Tutto il giorno
senza dire una parola.
Il suono delle onde.
(Santōka 1882-1940)


"Signora, signoraaaa!" la sua vociona alle mie spalle, mentre traffico con il bauletto del motorino appena parcheggiato sotto casa. Sono le sette di sera, sono da poco uscita dalla redazione, sono stanca, ho pure le buste della spesa e il sole, nonostante tutto questo, sembra ancora altissimo.
"Signoraaa, che c'ha un eurooo?" 
Mi sto girando verso di lui, in testa ho ancora il casco.
"Beh, no..."  
Me lo sfilo, scuoto i capelli appiccicati per il caldo, alzo lo sguardo. E' un mio vicino, quello dall'aria buffa e con la voce tenorile. Un uomo un po' vecchio un po' no, camicia  a maniche corte su pantaloni giro-collo (salgono sempre più in alto quando si invecchia). E' alto. E' lui quello che ci diede il primo benvenuto appena arrivati a vivere lì. A modo suo, a gran voce, con una barzelletta di quelle con la domanda, ehi, voi, sapete il colmo per un panettiere? avere una figlia che si chiama rosetta! 
Una cosa così.
Ovviamente, è stato amore a prima vista e lo abbiamo soprannominato "signor Rosetta". 
Fino  a quel momento lo immaginavo nella sua casa, una magra pensione, arredi modesti, un figlio che magari lo va a trovare ogni tanto e, quando incontra qualcuno, due chiacchiere strampalate a gran voce. 
Sereno, anche nel suo caos mentale; non pensavo chiedesse l'elemosina. Ecco, questo non lo pensavo proprio.
"Signoraaa, avevo voglia di una cocaaaaa" stessi decibel, solo più rassegnati.
Il cappellino, di quelli anni sessanta, di tela rosata con le falde minuscole, si muove un po' sopra quella testa da proteggere. 
Alla parola "cocacola" non resisto. Poggio tutto per terra, casco e borse della spesa, e mi tuffo alla ricerca dell'euro. Qui non ci sono bambini da far mangiare, casa lontana o perdita del lavoro. E neanche un tavernello da svuotarsi in gola. Qui è tutto semplice. E' tutto molto semplice, come una battuta, come quella della rosetta. 
Oppure no. E' tutto molto, ma molto più complicato. 
Trovo la moneta sul fondo della borsa. 
"Ecco"
"Grazie signoraaa! Mi ha risolto un problema, eh!"
Ripongo il casco nel bauletto, raccatto le cose da terra, cerco le chiavi di casa e ancora:
"Signoraaaa! GRAZIEEE!!!" 
Un euro. Me lo ha chiesto, tutto qui. Un "problema" in meno sulla terra. Un "problema" risolto.

La mattina seguente, ancora mezzo addormentata, sento dalla finestra il clangore dell'automezzo addetto al recupero dell'immondizia e i mugugni degli addetti alla pulizia intenti nell'operazione di svuotaggio cassonetto. Su tutte, riconosco la voce, quella del signor Rosetta:
"Signoreee! Scusiiii, non vedeeee??? Le è caduta una cartaaaa!!!

.................

Una domenica pomeriggio di qualche settimana fa la sua voce irrompeva nel silenzio postprandiale. Rivolgendosi a un raro passante - mi sono catapultata alla finestra ma il suo interlocutore era già sparito - nell'aria calma, ancora riecheggiava la sua affermazione scaduta, così in ritardo e così apprensiva rispetto a un fatto avvenuto tanti mesi prima: signora, signora, lo sa che è morto Mago Zurlì?  

Sono passati alcuni giorni. 
Non l'abbiamo più visto in giro dopo quella volta recente, malinconica, quel pomeriggio in cui ci è passato accanto frenetico, in pigiama e ciabatte. Senza dire una parola a nessuno, il suo essere "lontano" che ci appariva prepotente e chiaro, la sua disperazione tutta lì davanti, sbattuta in faccia. 
Mauro ed io abbiamo continuato la nostra passeggiata, assorti.
Sono passati giorni senza segnali. Del nostro laro più nulla.   
Ma poi una frase di quelle allegre è nuovamente risuonata alle finestre, e come sempre rivolta a un passante.
"Signora, buongiorno, sa che sono stato a Conegliano? Conegliano con la "e"!"
E meno male signor Rosetta, bentornato! 
Evviva quella "e" fondamentale per non cadere nell'equivoco, perché mica c'erano i conigli, laggiù, a ConEgliano! Quello era ConIgliano, in caso...
Ma a lui il caso non interessa.

Il signor Rosetta che ha bisogno di controllare tutto il casino del mondo che lo circonda e noi che lo osserviamo da lontano e facciamo il tifo. 
Che cammini sempre veloce sul suo filo, pensiamo.  



(lucina sbagliata)

venerdì 16 giugno 2017

Ius soli

Senza di te,
in verità, i boschi
son troppo ampi!
(Issa 1762-1826)


"Anvedi, me stavo p'ammazzà" dice, sedendosi a piombo sul sedile, quello più alto dei due, dopo essere quasi caracollato sull'altro per una frenata improvvisa dell'autobus.
"Mèttete qua, va" gli dice l'amico, sogghignando.
Sono seduti davanti a me, identici, stesso ciuffo scolpito, stessi tatuaggi, stesso telefonino da compulsare, stessa aria di chi conosce la vita dall'alto dei sedici anni.
Non proprio dei secchioni, direi. Più frequentatori di baretti all'angolo o di curve dello stadio per urlarci dentro la domenica. 
Lei. Appare dopo una fermata. È appena salita, li raggiunge venendo verso di noi.
Sì, c'ero anch'io, ma loro tre non lo sapevano.
È scura di pelle, stessa età. Occhi seri sulla bocca sorridente, un piercing sul naso. Iniziano a chiacchierare un po' a mugugni, un po' a risate, un po' mostrandosi lo screen del telefonino.
"E che mica lo so daa prossima settimana" sento che dice lei sotto i cento fermaglietti che ha in testa "È mi' padre che me deve ffa capì come se fa, ma non se capisce gnente. Figurate, capace che se me scade me ne devo annà e tornà laggiù. Perchè io so' itagliana ma me scade..."
"Ma che, davero te ne devi annà?" Dice uno dei due ragazzi con la voce che gli esce da sola dalla bocca che intravedo mezza aperta, sospesa. 
Anche l'altro, che ora lo guarda sgomento e poi guarda lei, scuote quell'opossum di capelli con aria persa. Le facce che vorrebbero essere da cattivissimi, i tatuaggi con i gladiatori uguali a quelli Totti, non fanno paura a nessuno. Loro non vogliono fare paura a nessuno, figurati a lei.
"E che sse fa?"
"Boh, qualcosa se inventàmo, io nun ce capisco gnente. Ecco semo arrivati, scennemo va."
"E sì, qualcosa se inventamo"
I boschi sono troppo ampi, senza di te!

Li vedo, i tre. Veloci verso il corso con i negozi, magari la prossima volta quelle scarpe fichissime me le compro, vedo la lattina condivisa, gli scherzi a lei, le prove di abbraccio di uno dei due.
Un po' sono felice.
Qualcosa, loro tre, si inventeranno.

(Bosco romano)

giovedì 15 giugno 2017

Giusi Nicolini


s'infossa il passo e traballa l'orizzonte
con i suoi cumuli di rottami e spazzatura
e però m'afferro all'aquilone
e mi lascio alle spalle
dietro l'altura
tumuli e fosse comuni
senza alberatura
(Jolanda Insana)


Giusi Nicolini, la sindaca simbolo dell'accoglienza ai migranti, è stata sconfitta (notizia QUI).
Il motivo? Azzardo un'ipotesi: il vincente sta sulle scatole. Una sua ulteriore vittoria è come se togliesse qualcosa a te, sì, proprio a te. 
Aver fatto conoscere al resto del mondo l'accoglienza, la generosità e l'orgoglio siciliano (per una volta di mafia, coppola e cannoli non ne parlava nessuno) le è costato, nel segreto dell'urna, voti su voti.
Sta sulle scatole una così. Punto. 
Pensare al bene comune, riconoscere il valore positivo, alto, di cui ora Lampedusa e la sua gente sono il sinonimo per il resto del mondo (papa e Obama compresi), non è da tutti.

e però m'afferro all'aquilone...

Volare alto, tutti insieme, aggrappati al filo degli ideali comuni di civiltà e diritto, è stato ancora una volta, un'impresa impossibile.   


(ideali comuni)