Belle Cose!

LAURA PEZZINO su VANITY FAIR 





PAOLO LAGAZZI su "Poesia" dicembre 2016

La storia letteraria del Giappone è segnata da straordinarie figure di poeti viandanti, di artisti errabondi, di uomini altrettanto innamorati dell'esercizio delle parole quanto della polvere delle strade, del suono del vento, del luccichio delle stelle. Da Saigyō a Bashō a Ryōkan (per non ricordare che i più celebri), questi spiriti flessibili come giunco e leggeri come fumo hanno composto versi camminando, cavalcando e solcando fiumi, perdendosi tra i boschi e dormendo all'addiaccio, palpitando all'unisono coi giorni, respirando il soffio dei momenti. L'ultima grande figura di questa tradizione è Santōka ("alta cima fiammeggiante"), pseudonimo di Taneda Shōichi, uomo e poeta inclassificabile, vissuto in bilico tra una sapienza paradossale e un'angelica follia, tra vapori alcolici e libertà celeste, dal 1882 al 1940. Pochi personaggi, secondo Susanna Tartaro che ne ripercorre amorosamente la parabola leggendo pagine dei suoi diari e trascrivendo alcuni dei suoi haiku (Haiku e sakè. In viaggio con Santōka) , emanano un così intenso profumo zen, e non solo perché egli si fece davvero monaco zen dopo aver abbandonato la famiglia e dopo aver fallito per un soffio il suicidio (ubriaco, si era posto su dei binari, ma il macchinista del treno in arrivo riuscì a frenare arrestandosi a pochi centimetri da lui). Intimamente zen, cioè sovranamente libero dal peso delle idee, delle categorie e dei giudizi, è lo "stile" di Santoka in ogni luogo o episodio della sua, tutt'altro che eroica o esemplare, esistenza. La fame di sentieri, di strade, di distanze da consumare – una fame accompagnata da una continua sete di sakè – avvicina i suoi vagabondaggi a quelli dei clochard, eppure proprio avanzando tra campagne e città in un modo "delicato e contorto", spesso vacillando per il troppo alcol bevuto, Santōka testimonia qualcosa di unico: la capacità di entrare in sintonia con tutte le occasioni della vita, anche le più oscure e marginali, senza mai rinunciare a contemplare ciò che si potrebbe chiamare solo, forse, la luce del Buddha.
Nei diari e negli haiku di Santōka (haiku in genere liberi dai vincoli della metrica e dalla regola del kigo, il termine stagionale) il mondo è qualcosa di coriaceo e insieme di sfuggente alla presa ("Cuscino di pietra / accompagno / nuvole"); la povertà ha un suono duro ("Grandina / nella mia ciotola / di metallo") ma sa anche custodire un'impareggiabile freschezza ("Vesto stracci – / solo cammino / nella frescura"); le strade, dolorose nei momenti in cui il corpo pare giunto allo stremo ("Urina rossa – / quanto sarò ancora capace / di continuare questo viaggio?"), diventano luminose quando riportano il viandante alle proprie radici ("Lucciole ovunque / rieccomi / nel mio villaggio natale") ma vibrano sempre dell'invito a ripartire, a rigettarsi verso l'altrove ("Desiderando solo camminare, / cammino con la mia sacca piena – / luna della sera"). Tutto, allo sguardo lustro e vibrante di quest'uomo, è sacro proprio in quanto contraddittorio: "la gioia di oggi / montagna dopo montagna" si vela ma non si perde nello scroscio del temporale ("Sotto un albero gigante / Io e il cane / inzuppati"); il sentimento della solitudine può colmare l'anima d'una sorta di sgomento ("Non uno scampolo di nuvola / in cielo / più solo che mai") ma anche di un'incantata limpidezza ("Guardando la luna / calare / io solo"). Straniero fra gli altri, eppure sempre aperto alla compassione e alla simpatia per chiunque, Santōka ci appare nelle fedeli pagine della Tartaro un maestro sui generis, un saggio malgré soi. Il suo insegnamento a tutto campo coincide col rifiuto di indicarci strade da percorrere o di offrire risposte ai nostri dubbi; il suo parlare a ciascuno di noi è il rovescio di un non parlare "a nessuno in particolare" ("Acqua che scorre – / a nessuno in particolare / arrivederci").
Mettendosi a sua volta in cammino sulle tracce di questo viandante, l'autrice di Haiku e sakè ci mostra quante forme di attenzione e quanti spunti di riflessione si possano trarre da una simile etica della gratuità o da una tale passione per quella bellezza che si annida ovunque, se sappiamo riconoscerla. Attorno a lei Roma pullula dei segni del degrado civile e politico, ma anche di samurai in incognito (tutti coloro che lottano per salvare un po' di verità nella babele quotidiana). Tuffarsi col motorino nel traffico romano vuol dire sentirsi una formica, eppure, come le formiche passano "tra l'umido e l'asciutto / delle case di cemento" (così le osserva in un altro haiku Yamaguchi Seishi), i motorinisti scivolano tra il caos e una riserva segreta di gesti cortesi, di manifestazioni di rispetto reciproco. Evocati con fermezza e semplicità nel cuore della fretta, gustati uno a uno come frutti preziosi o manipolati come lenti di precisione, gli haiku di Santōka e di altri maestri di questa forma poetica (da Bashō a Shiki, da Kaneko Tōta a Ogiwara Seisensui, da Momoko Kuroda ad Akutagawa Ryunosuke) aiutano Susanna Tartaro a vedere il mondo con estrema chiarezza e insieme ad assaporarlo, ad amarlo nonostante le sue incongruenze.
Al fuoco zen di un ascolto profondo, l'ascolto del "rumore della vita" che gli haiku le insegnano, le voci umane riacquistano per lei, giorno per giorno, tutto quel fascino che il chiasso della metropoli rischia di sommergere: cosa c'è di più originale e irripetibile di ogni singola voce? E salvando le voci dall'oblio, registrandole e trasmettendole, cosa fa uno strumento come la radio (la Tartaro lavora nella redazione di Fahrenheit) se non mandare "in onda la vita"?
Altrettanto intensa è in lei l'attenzione che gli haiku risvegliano riguardo alla bellezza dei colori: quanti colori sono racchiusi nelle minime e immense tavolozze dei versi di un Buson? quanti colori "sono nel tempo scomparsi per le ragioni più varie", e si possono ora ritrovare solo in certi quadri, in certe poesie?
Muovendosi a zigzag come i passi di Santōka, il libro della Tartaro alterna  flash lirici e aperture narrative, osservazioni puntuali e memorie d'infanzia, momenti di commozione e tocchi di humour, confessioni e meditazioni. Se le scene che il testo ci schiude mutano di continuo, quasi come in un film, l'orizzonte che intravediamo alle loro spalle è sempre quella forza pura e imprendibile (la vita) che l'autrice coglie nei grandi haiku. Tutto si sposta dentro e fuori di noi, tutto è insostenibilmente, meravigliosamente leggero...
Non resta che inchinarsi con Santōka allo spirito della leggerezza: "Una libellula / sul cappello / cammino".

                                                                              


(Federico Capitoni sul Venerdì di Repubblica 4 novembre 2016)



Haiku in motorino attraverso Roma 

  • Corriere della Sera
  • di Cristina Taglietti

  • Leggere il presente seguendo le tracce di Santoka (1882-1940), monaco buddhista e poeta di haiku che viveva di elemosine e dormiva dove capitava. Susanna Tartaro, giornalista, curatrice della trasmissione culturale Fahrenheit, autrice del blog «Dailyhaiku» in cui commenta la notizia del giorno attraverso il classico componimento giapponese di tre versi, lo segue, idealmente camminandogli a fianco, in questo libretto pieno di grazia e di leggerezza che si intitola Haiku e sakè pubblicato da Add (pagine 168, 13). Tartaro accompagna notazioni e citazioni con immagini realizzate con lo smartphone girando per la sua città, Roma, a piedi o in motorino. Le sue sono visioni inaspettate, piccole rivelazioni, istanti di impensabile felicità, note a margine di fatti e luoghi della quotidianità: per tutti c’è un haiku che risulta più esplicito di un tweet o di una foto postata su Instagram. Susanna Tartaro procede in dodici tappe, smontando anche le mode della felicità zen, del buddhismo da salotto, incrocia gli altri poeti di haiku (Basho, Shiki) e li fa dialogare con i grandi scrittori occidentali come Saramago, Kerouac o Roland Barthes.

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    Paolo Melissi per Satisfiction


    Taneda Shoichi nasce nel 1882 nelle vicinanze di Yamaguchi, figlio di un agiato proprietario dedito al libertinaggio e avviato al dissesto finanziario. Taneda inizia presto a scrivere, pubblicando le sue opere con lo pseudomimo di Santoka. Ma inizia presto anche a bere, e non lo salva il matrimonio con Sato Sakino, da cui ha un figlio. Il padre fugge con un’amante dopo aver dichiarato fallimento, Santoka soffre di depressione e beve sempre di più. Una notte Santoka è ubriaco fradicio, si piazza sui binari della ferrovia e aspetta che un treno lo travolga. Il guidatore del treno che arriva lo vede e frena in tempo. Santoka viene portato al tempio zen Hoonji. Un anno dopo è ordinato monaco zen, e va a vivere in solitudine a Kumamoto, in un tempio abbandonato. Ha iniziato a scrivere haiku (“Tutto ciò che non è realmente vissuto dal cuore, non è haiku”). È nel 1926 che intraprende il suo primo viaggio con quello che possiede: l’abito di monaco, la ciotola e il cappello di bambù. Dopo quattro anni torna a Kumamoto dalla moglie, fonda una rivista di poesia. Nel 1932 va a vivere a Ogori, poi riprende i suoi viaggi, fino al 1938. Di lui Ogiwara Seisensui scrive: “Santoka cammina senza scopo, è come le nuvole e i fiumi. Deve muoversi, cambiar luogo. Per lui camminare è vita”. Santoka scrive: “Quando si viaggia si arriva a comprendere gli esseri umani, la natura e la poesia”. In questo periodo pubblica le raccolte Stupa d’erbe e alberiL’uomo con la ciotola da mendicoPaesaggi d’erbe selvatiche e Foglie di kaki, nei due anni successivi Solitudine e Corvi.  Muore nel 1940. Fino ad allora aveva percorso a piedi 28 mila miglia.  
    Con Santoka e con Haiku e saké – uscito da Add Editore – Susanna Tartaro, una delle colonne portanti della trasmissione di Radio 3 “Fahrenheit”, intraprende un viaggio nel mondo degli haiku, la poesia giapponese da lei amata e quotidianamente curata nel blog Dailyhaiku. Così, nel viaggio, l’autrice incrocia i passi del monaco-camminatore Santoka, e quelli di altri grandi poeti creatori di haiku come Basho, passando dal piano della poesia, dal Giappone sognato attraverso i versi, a quello della vita quotidiana e circostante, infraordinaria, che accade – a volte rumorosamente tutt’intorno. Si scopre così che l’haiku, componimento poetico che sta tutto nel rigore di una struttura composta da tre versi di 5/7/5 sillabe, è stato anche nella penna di autori come Jack Kerouac, Andrea Zanzotto e Sylvia Plath, e che può – nella sua capacità universale di dire la realtà entrare nella nostra vita quotidiana, insinuarsi nello sguardo che riserviamo alle cose e all’accadere di ogni giorno. Lo sguardo e la memoria di Susanna Tartaro rievocano – seguendo questo ritmo – il volto di Remigio, il barbone vivaista, un pomeriggio a Ostia, il Bollettino del Mare di Radio Rai (una delle trasmissioni preferite), interni condominiali intravisti, auto e motorini: tracce che si incrociano di continuo con capanne solitarie, lune che illuminano alberi nella notte profonda, cammini solitari, incontri e gesta dei più grandi compositori di haiku (e non solo) dell’antico Giappone. Nasce così nel testo di Haiku e saké una sorta di sinfonico continuo rimando tra il qui dell’autrice e l’altrove della poesia e dei monaci erranti che – alla fine, a leggere e rileggere bene, come necessario per ogni haiku, del resto – svela una profonda compenetrazione – Susanna Tartarosta in viaggio nell’haiku come Kerouac sulla strada come Santōka. In viaggio come Bashō (banano) che vedo arrivare verso di noi. Il monaco agile come un gatto e che incede con passo veloce, e che porta con sé aria di neve e profumo di glicine. Se taccio, riesco a sentire la sua rana che si tuffa nello stagno calmo, centrando i piccoli cerchi infiniti. Pluf. 
    Paolo Melissi


    (foto di Simona Caleo)




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    (Il Mattino di Napoli)
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    TIZIANO SCARPA su "Il primo amore"

    Da qualche anno, in rete, chiede aiuto ogni giorno a un haiku per illuminare con una luce sghemba e sorprendente una notizia di cronaca, un’esperienza personale, un incontro, un viaggio.
    Ora ha intensificato questa sua intimità in un libro conciso e prezioso, una meditazione narrativa che si intitola Haiku e sakè. In viaggio con Santōka (add editore, pp. 157, 13 euro).
    Quando dico “poeti giapponesi” e “haiku” non dovete pensare a anime pallidamente acquarellate, in posa da innocentine.
    Non per caso Susanna Tartaro, fra tutti gli autori di haiku ha scelto di farsi guidare soprattutto da Santōka (1882-1940), figlio di madre suicida, tentato suicida lui stesso, marito e padre inadempiente, alcolista cronico, camminatore inquieto, abitante dell’altrove radicale, dell’altrove a ogni costo, dato che per lunghi periodi della sua vita non ha fatto altro che spostarsi, ogni giorno, mendicando da un villaggio all’altro, spostarsi ogni momento, da un passo all’altro.
    Nelle sue poesie, nella sua vita e in quelle degli altri grandi maestri della poesia giapponese passati e recenti, Susanna Tartaro ha trovato una nicchia spaziotemporale, non per evadere dal presente ma per affrontarlo in maniera diversa: per affrontare il mondo, l’Italia, Roma, l’attualità, con uno sguardo straniato, più esigente, più preciso.
    «Con Santōka come guida mi permetto di procedere in modo poco nipponico perché questo nostro cammino insieme non vuole attraversare il mondo di lacche lucide, fiori di loto e peonie stilizzate, ma solo il nostro. Passiamo per il mondo imperfetto, quello di oggi, Quello in cui viviamo, quello delle guerre, dei razzismi. Quello dove ci si alza dal letto per andare a lavorare, si pensa a cosa fare per cena, ci si lascia, ci si fidanza» [pp. 64-65].
    Difficile trovare qualcosa di più incompatibile fra Roma e un haiku. Si può dire che l’autrice, con gli haiku, abbia individuato il perfetto contrario di Roma, città frastornante, fitta, inzeppata di sé stessa, senza valvole di sfogo.
    Non è una fuga, la sua. E infatti, pur seguendo devotamente il suo monaco poeta, a volte sbotta rinfacciandogli la propria situazione:
    «Vorrei mostrare a Santōka i romani alla guida, altro che cammino esistenziale! Mi piacerebbe sapere che cosa pensa del traffico, mostrargli il caos, i sorpassi fatti con i denti digrignati, i posteggi in tripla fila, i limiti di velocità sfidati anche agli incroci. Fargli ascoltare il mantra perpetuo della tangenziale» [p. 40].
    Non so se McLuhan si sia mai occupato di haiku, ma forse avrebbe detto che, fra i generi poetici, sono il medium più freddo. Caldi sono i media che fanno tutto da sé, e lasciano poco lavoro allo spettatore. Con l’haiku invece è il lettore che si scalda, perché deve metterci un sacco di cose. Ci sono pochissime parole, manca praticamente tutto: e quindi chi legge quei tre versi monchi si ritrova a proiettarci dentro molto di sé e di ciò che gli sta intorno. Così piccoli, così angusti, gli haiku sono le poesie più accoglienti che esistano.
    Oltre alla ben nota struttura metrica, hanno regole e costrizioni formali e tematiche. «Prevedono quasi sempre un riferimento alla stagione (kigo)», ricorda l’autrice; in più, «l’uso sapiente delkireji, ovvero un drastico ribaltamento concettuale espresso con l’ultimo dei tre ku [versi], spesso offre al lettore una piccola sorpresa finale».
    Ebbene, facendo finta di niente, senza dirlo ad alta voce, questo libro contiene anche gli haiku di Susanna Tartaro. Che non ha nessuna ambizione di poetessa. È un’autrice di haiku come lo siamo potenzialmente tutti, solo che per esserlo pienamente a noi manca il passo decisivo, l’ultimo ku, il ribaltamento concettuale del kireji.
    A cosa mi riferisco? Sto parlando del cellulare, delle foto che facciamo quando vogliamo catturare un istante che merita di essere ricordato. La foto è il kigo, è il riferimento alla stagione. Solo che il cellulare, da solo, il kireji non lo può trovare. Tutto quello che riesce a fare è archiviare automaticamente la foto, chiamandola IMG_01865.JPG, o DSC09435.JPG. In questo libro, ogni tanto, ci sono foto di Susanna Tartaro: immagini senza pretese, fatte col cellulare; momenti semplici, numinosi, banali, incantevoli, ordinari, oracolari: momenti veri. Il kireji dov’è? Nella didascalia dell’autrice. Per esempio “Africa a sorpresa” scritto per commentare una foglia caduta sul marciapiede, che assomiglia effettivamente all’Africa; “Samurai romani”, sotto l’immagine di pendolari dell’Atac che aspettano fiduciosi la metro in ritardo; “Vermeer di periferia”, per etichettare una stanza illuminata, colta al volo dalla strada; “Amore estivo” sotto due pesche che sembrano attrarsi deformandosi reciprocamente, una di fronte all’altra, sul piatto al centro della tavola...
    Finita la lettura, viene da stringere questo libro al petto, con trasporto e gratitudine: perché il gentile, drammatico e scombiccherato Santōka è diventato una parte di noi. E Roma, l’autoreferenziale e tautologica Roma, da oggi può contare su una nicchia spaziotemporale, in cui prendersi una pausa da sé stessa e respirare qualche inestimabile istante di verità.
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    pubblicato da Tiziano Scarpa su Il primo amore nella rubrica poesia il 18 settembre 2016


    Susanna Tartaro racconta il mondo e se stesso

    C'è un popolo in Italia che si riconosce in una radio: Radio 3. Chi casualmente si imbatte ad ascoltarla ed è fatto in un certo modo, capisce che di Radio 3 non può fare a meno. Musica mai banale, romanzi letti ad alta voce, arte, storia ... si apprezza la pacatezza e la competenza dei conduttori, la costante attenzione verso i problemi del mondo senza senziamenti sensazionalisti e soprattutto senza autocompiacimento. Qualunque emittente italiana non sta a passo con Radio 3, basta sentirne un'altra per errore e con le due mani in cerca cerca disperatamente quel 98,2 circa, per tornare a quello che riteniamo la forma mentis che vorremmo avere.
    Il punto a sfavore è che esiste una specie di setta, l'élite socio-culturale che ascolta Radio 3, è inevitabile sentirsi meglio, un po 'più avanti e un po' più colti. QUANDO
    Ci si riconosce, lo stato d'animo vibra di contentezza. Il tassista sintonizzato su Radio 3 è l'uomo migliore del mondo; Non ha difetti la parola che parla come Luigi Spinola; Si sorride felici se si sente una battuta alla Guido Zaccagnini ... Succede di parlarne tra gli accoliti e immancabilmente si fa favoleggia sull'aspetto fisico dei conduttori, che ognuno immagina in misura, ma c'è sempre qualcuno che lo descrive perché Ha visto Un qualche Festival di Mantova o Salone del libro, da dove Radio 3 si sposta per lavorare sul campo.
    Poi ci sono i personaggi di cui si conosce poco, quelli che stanno dietro le quinte: il senzavoce: tecnici del suono, registi e curatori. È leggendaria e indimenticabile la curatrice di Farenheit: i libri, le idee. Il suo nome chiude la scaletta di chi lavora al programma: Susanna Tartaro. E come saranno mai, lei e la sua voce? Adesso lo sappiamo, la curatrice di Fahrenheit ha scritto un libro. Si dirà, non poteva non farlo, sta ogni giorno con scrittori, saggisti, filosofi e pensatori, premi Nobel e vari premi; Di loro avrà colto lo spirito, l'anima, l'ispirazione, le ossessioni ...
    Anche lei sentiva di dire qualcosa, di lasciare una traccia che non era solo il suo nome all'inizio e alla fine del programma. Ma non ha scritto una dissertazione sui massimi sistemi, non ha sfruttato la sua conoscenza e la sua esperienza per una sofisticata operazione letteraria: ha scritto un piccolo libro pubblicato da una piccola editore. Per piccolo libro si intende solo il formato, perché è invece un grande libro.
    Nel vento
    Cammino solo
    E mi rimprovero.
    Susanna Tartaro ha trovato, chissà forse anche per disintossicarsi, la forma poetica più stretta ed evocativa che esista: gli haiku, e segue le orme affaticate di Santokà, monaco sfortunato che camminava, dormiva dove capitava, componeva haiku e beveva sakè. I piedi di Santokà sono le ruote del suo motorino, anche se qualche volta idealmente carica dietro di lei per alleviargli la fatica di tutto questo camminare. Lei è una motorinista, non parla di scooter, viaggia lenta, sulla destra e intanto si guarda intorno e ci racconta Roma, la sua città che dovrebbe essere eterna ma il ciarpame del nostro presente sta sgretolando. Lieve, delicata, tra un haiku e l'altro di Santokà, di Bashō, di Shiki ... ci parla di lei, dei suoi ricordi non proprio felici; Dell'imperfezione del mondo e dei suoi disastri; Dell' Essere Umano Che venire il monaco SEMBRA Camminare senza meta, soffrendo e stringendo i denti, trovando beneficio Nello stordire di s SAK, ma senza mai rinunciare a Comporre haiku. Lo fa per fissare in this mondo ambrogetta sfaccettature also disgustose, ma lui Vuole cogliere il significato e la bellezza, Quella invisibile, che sì nasconde una chi non Vuole VEDERE. Così leggiamo noi stessi, la nostra debolezza e le nostre paure.
    Susanna Tartaro ci consegna una fotografia che non vorremmo tanto vedere, ma fa mentre ci dice che riflettere il tempo di un haiku: 5/7/5 versi sul nostro sguardo al mondo, ci fa meglio.
    Davanti, dietro
    Bagaglio pesante
    Che non posso abbandonare.
    da Medium - luglio 2017 - di Paola Tosi

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