venerdì 24 febbraio 2017

Enzo Carella


Spunta dalla radio
una canzone di quando
stavo diventando grande

(Santōka 1882-1940) 



A me, Enzo Carella, scomparso pochi giorni fa, mi ha colpito e affondato fin da ragazzina.


Fu da quel suo debutto a Sanremo in un momento in cui andarci era un po' da sfigati quasi quanto guardarlo. Carella cantava una canzone piena di doppi sensi, le ballerine-sandwich ancheggiavano senza faccia e con enormi cartelli di bocche fluo addosso, la scenografia era solo una scritta: Sanremo 1979. Era tutto in sordina, nessuno si filava nessuno, femministe e benpensanti erano sintonizzati sull'altro canale. Era tutto così disperatamente sotto tono, come il tinello di mia zia da dove lo guardavo. Oggi che i vip affollano il festival e i tweet sibilano i momenti topici in presi diretta, che a lui non lo invitano e io non lo guardo, noi, Carella ed io, non ci siamo mai persi di vista.

Mi ha sempre caricato, è stata la molla segreta dei momenti più cupi. Se lo sento, rifiorisco. Fosse vero, Pierina, L'Odissea, Aspetta e spa, l'Anima pagliacciona a memoria. Tutto De Carellis. Tutto, tutto Carella... Malamore. Tutto.
(Lo so, lo so, i testi sono di Panella, quello del Battisti che in molti hanno detestato, quello che qualcuno chiama poeta  ma io non ci penso proprio, come non chiamerei poeta Dylan, ma l'ho già detto) 
Chi è un poeta? Chi lo fa o chi lo è anche se non lo fa di mestiere?
Ecco. Carella è il mio poetanonpoeta di riferimento. 
Una settimana fa ho cenato in un posto fichetto della stazione Termini, al ritorno di un viaggio. Avevo il borsone, ero sola e stanca, la fame ha prevalso sulla voglia di correre a casa e ho spinto con le forze rimaste l'enorme vetrata del ristorante pieno di hipster affamati alle prese con cibi hipster guarniti ad arte. Come la porta si chiude alle mie spalle, parte dagli altroparlanti una canzone di Carella, a palla. E con quella meravigliosa Amara nelle orecchie, orecchie di tutti, ti ho festeggiato in silenzio, caro Enzo. 
Sai che so fare la tua imitazione quando canto? 
Sai che quell'ascolto, quell'evento raro ed epifanico, diffuso e solitario, è stato il mio satori, caro Santōka?
La voce sotto tono, quasi buttata là, allusiva e infantile, vellutata e a un passo dalla stonatura... 


Dove sei, Carella, me lo chiedo quando ascolto i tuoi pezzi, dove sei finito Carella! la tua voce sprofonda dentro la musica - sempre troppo in primo piano - o ancora più giù dentro le parole delle canzoni che canti, così piene dei riccioli di Pasquale Panella, dove sei, che li canti sempre così bene tutti quei riccioli pannosi di parole, parole e parole.

Dove sei. Senza punto interrogativo, perché Carella è un modo di sparire, Carella c'è e non c'è da sempre. 
Una volta l'ho incontrato e ho potuto dirglielo quanto era bravo. Mi ha fatto un sorriso che saprei rifare, giuro, con quel modo tutto suo che sa di Roma d'estate, di pomeriggi noiosi e infiniti, di tempo perso senza aria condizionata. Di canottiere e spalline, di stravacco e stravizio, di sesso e amarezze. 
La vita è un soffio e Carella è il mio poetanonpoeta.   

(ieri,8 gennaio....mio compleanno...)




  

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Davvero, che personaggio buffo, senza tempo, che persona delicata, c'era e non c'era

Anonimo ha detto...

Belle le tue parole!
Uno degli ultimi veri grandi... speriamo che ristampino i suoi dischi, sti poveracci de discografici...
Nel frattempo, dal 21 febbraio riascolto almeno tre o quattro suoi album a settimana e c'è un progetto di un cd di cover con alcuni buoni amici.
Buone cose