Il bello
è non avere
una mente. Sentimenti:
oh, quelli ce l’ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
chiamato sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Cosa potrebbe essere una simile gloria
se non un cuore? Oh miei fratelli e sorelle,
eravate come me una volta, molto tempo fa,
prima che foste umani? Vi
concedeste di
aprirvi una volta, per non
aprirvi mai più? Perché in verità
ora sto parlando
come fate voi. Parlo
perché sono disfatto.
(“Il papavero rosso” di Louise Glück)
Finalmente possiamo entrare in un giardino nuovo!
Il Saggiatore pubblica due raccolte di Louise Glück, Iris Selvatico e Averno, chiavi d’accesso al mondo della poetessa americana consegnateci con la cura e traduzione di Massimo Bacigalupo. In Iris selvatico sono le erbe stesse a parlare - l’estate del papavero e della zizzania segue la primavera del trifoglio e dell’ipomea. I pochi umani che popolano queste pagine sono intenti nei loro lavori semplici, vorrei dire semplificati, in silenzio ascoltano il vocìo d’erbe. Il gelo arriva con Averno, luogo mitico e oscuro, ma Glück riflette la poca luce rimasta propagandola con il suo stile meditativo. E al lettore indica la stella del crepuscolo, Venere, guardarla diventa un privilegio nuovo.
Questa sera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa di nuovo
una visione dello splendore della terra:
nel cielo del crepuscolo
la prima stella sembrava
crescere in luminosità
mentre la terra si oscurava
finché in ultimo non poté essere più scura.
E la luce, che era la luce della morte,
sembrava restituire alla terra
il suo potere di consolare. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui sapevo il nome
poiché nella mia altra vita le avevo fatto
torto: Venere,
stella del crepuscolo,
a te dedico
la mia visione, poiché su questa superficie vuota
hai gettato luce sufficiente
a rendere il mio pensiero
nuovamente visibile.
(“La stella della sera” da “Averno”)
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