venerdì 6 luglio 2018

Al Ninfeo di Villa Giulia



A dirli di questi mesi sembra agevole
con il margine di rischio necessario
a chiamare la vita col suo nome:
primavera invocata tempestiva
fu tempesta, e in vista della terra
il naufragio balordo; giugno vissi
per rassegnarmi a perderti; è di luglio
la più cupa speranza di riuscire
a fare della morte un’abitudine.

Al Ninfeo di Villa Giulia ci sono stata la prima volta alle medie, una maestra appassionata di archeologia, la mia classetta che si sparpagliava tra le vetrine illuminate. Era una lotta dura, quella di quei dodicenni che premevano il naso davanti ai frammenti ossificati, a quel sarcofago di terracotta così simile a una grande scatola di biscotti, non pensavamo certo alla morte, non ci avrebbe mai riguardati. Vincevamo noi.
Ci sono tornata molti anni dopo. Sarà luglio, pensavo, sarà l'umidità che rende l'aria limacciosa e imperla la fronte di mio padre. Lo accompagnai, un invito per due da esibire all'entrata, non voleva andare, ci spinse mia madre, andate voi, accompagnalo tu. Lo fotografarono come facevano con chiunque, quell'attimo gira ancora on line, nei suoi occhi la consapevolezza di chi avrebbe vissuto solo pochi anni. Passammo una serata mogia, intorno a noi sorridevano tutti, e mangiavano, ricordo facce avvizzite e troppo truccate, il buffet assalito, il count down. Sembravano tutti addentro a qualcosa che né a me né a lui interessava, tutti così a proprio agio. 
Mi indicò un tipo dalla voce chioccia e la faccia un po' di rana che stringeva un piattino colmo di tocchi di parmigiano al petto, che strana idea con questo caldo, è un poeta, mi disse mio padre, si chiama Elio Pagliarani. Non mi disse altro, del tipo devi leggerlo o della ragazza Carla, mi disse solo quella frase: "è un poeta".

(premio)



    

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