lunedì 20 ottobre 2014

Facce

Era la mia faccia
nello specchio
freddo
(Santoka 1882-1940)

Gli autobus a Roma sono usati soprattutto da extracomunitari. Da coloro che li prendono presto e che tornano tardi, che non hanno una patente o un ufficio da raggiungere in macchina, che hanno pochi soldi e molta pazienza. Da sotto il casco, mentre sguscio tra le macchine per raggiungere casa, osservo queste facce schiacciate sul vetro del finestrino mezzo appannato. 
Guance di romeni distrutti dalla giornata in cantiere, occhi di miti bengalesi dopo il lavoro da benzinaio "in appalto", imperscrutabili fronti di badanti slave, atoni sorrisi di filippine al ritorno dal tour di pulizie in case parioline, accigliate nigeriane. 
Italiani? Qualche sparuto studente che chatta sullo smartphone, qualche pensionato incarognito.
Tutte facce che sono anche le nostre, "freddi specchi" di povertà nei quali non vogliamo guardare.

Eppure, se osserviamo con un po' d'attenzione, negli autobus romani si concentrano tutti i mali del nostro paese. Non mi soffermo sui guai legali che furono (e che sono) dell'azienda di trasporto pubblico capitolina, ma rifletto con voi su intolleranza e emarginazione. 
I fatti che accadono in questi giorni nella periferia romana di Corcolle, come pestaggi, raccolta-firme per cacciare gli "stranieri" e ronde (notizie qui e qui) sono iniziati proprio in un autobus dove viaggiavano i soliti personaggi con le solite facce di un film visto e rivisto: il "nero incazzato", il "rumeno ubriaco", "il cittadino che paga le tasse".

In un autobus a Corcolle, come in uno Montgomery nel 1955, dove ebbe inizio la lotta per i diritti civili dei neri in solidarietà con Rosa Parks che rifiutò di cedere il posto a sedere a un bianco, si è accesa una miccia. 


("Scusi, lei scende?")






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