martedì 8 agosto 2017

Con il caldo che fa


Con me non bisogna parlare,
ecco le labbra: date da bere.
Ecco i miei capelli: carezzali.
Ecco le mani: si possono baciare.
- Meglio però, fatemi dormire
(Marina Cvetaeva)


L'altra mattina, prestissimo, erano le 5 e 40 precise, ho visto l'ora, sono stata svegliata da un rumore continuo, come di un aspiratore.
Scendo dal letto, mi affaccio. Sì, è proprio un aspiratore.
Attaccato al tubo, l'addetto della società della pulizia delle strade che lustra, meticoloso, il bordo del marciapiede sgombrandolo dalle foglie cadute. Sembra non curarsi affatto dei cassonetti che traboccano, delle mosche che pasteggiano coi gabbiani e i topi. Lui è l'addetto alle foglie bordo strada. E così, alle 5.40, fa quello che deve fare con caparbia ottusità. Me ne torno a letto.
Le 8.00, altro rumore, altra finestra. Mi riaffaccio. Trebbiatura?
L'aiuola che per dieci mesi all'anno pare un'Amazzonia, con relativo habitat per ratti e pappagalli, il giardino un po' hippy che ci piace guardare dalla finestra, incolto e anarchico, spesso cestino dei rifiuti di chi ci passa solo perché un po' verde, dicevo, l'amazzonia sotto casa, è stata letteralmente arata da un tipo che ancora vedo alla guida del suo trattore. Pareggia, sbarba, tosa tracciando strisce gialle dietro di sé e alza un odore di campagna malaticcia. L'erba tagliata rimane dove sta. Nessuno la raccoglierà mai in piccoli covoni da smaltire, no. Tutto rimarrà così, come sta. A strati. Come tutto a Roma.
Non ci voglio pensare, preferisco riconoscere nel brullo le sagome dei quattro ciuffi di oleandro e, più in là quelle degli alberi di Giuda, resistenti, e mi basta. Gli strani papiri nostrani, il canneto fitto fitto, tutto il bel fiorame sconclusionato che movimentava con la cicoria selvatica e l'ortica questo spazio ricavato tra i palazzi, rasato. Zac. Il corto manto di erba arsa lascia scoperte una cartaccia qua, una lattina che brilla laggiù, un coccio di vetro che nessuno raccoglierà mai.
Sono passate, nel calore totale, una decina di ore ancora.
Ho fatto le mie solite cose da vacanza cittadina. Ho lavorato, dentro una bolla di aria condizionata insieme ai colleghi rimasti, sono andata al cinema con mia madre e abbiamo preso un gelato, Scegliamoci un posto al fresco, Susanna!, per me una coppa piccola, no, meglio media, sì, media, cioccolato e nocciola. Grazie. E la panna, grazie.
E sono tornata a casa. 
Parcheggio. Il quartiere è vuoto, così silenzioso, anche le cicale stasera se ne stanno zitte. 
I lavori di aspirazione e trebbiatura, eccentrico decoro urbano che dura un paio d'ore l'anno, sono terminati.
Fa sempre più caldo.  
Solo i disperati popolano il caldo, penso, solo quelli che non hanno nessuno come il tizio magro che sta urlando, da solo, verso il fiume, un Chisciotte metropolitano che incontro spesso e da cui distolgo lo sguardo, ma so bene che è giovane, alto e, quando mi supera, gli osservo le scapole aguzze dentro la maglietta. Ha braccia nervose. E le scarpe sporche. 
Ma ora sono qui alla finestra, al sicuro, a cercar di capire cosa dice.  
Chisciotte parla forte anche se non c'è mai nessuno con lui, bestemmia come bestemmia d'inverno, sia chiaro, proprio uguale ma, con il caldo, sembra tutto molto più duro.


(giungla urbana)

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