venerdì 14 ottobre 2016

Autunnale

Lunga attesa,
la mia pianta d'ibisco
eccola in fiore
(Sono Uchida 1924)



"Euforbia. E se lo deve segnà, signora... o signorina, boh " mi dice, sornione, il venditore, facendo girare sulle dita della mano il vaso della pianta che avevo scelto.
"E' difficile! Si nun se lo scrive, nun se lo ricorda: euforbia".
Un Gassman in disarmo, stessi zigomi alti e gli occhi tristi da ex pugile. Un bello degli anni sessanta, da film del dopopranzo, con la Roma ancora campagnola, le periferie in costruzione laggiù, con il biondo Tevere dove ci si tuffa e la canzonetta che esce dal juke-box. 
Sembra proprio che ne ha sbagliate tante, ma proprio tante nella vita. Spalle larghe sotto un giubbottone, scucchia, una magrezza antica, non certo quella da fitness in palestra, ma solo quella di chi fatica.  
"E' un affare. Un affare". 
Mi indica quella che "è 'na cactacea", poi questa qui, più piccolina "'n'agave".  
"E quella lassù?"
"E' 'na stapelia. Se 'ssa 'a prende - la vede che bbella pure questa - je faccio lo sconto."
"Anzi" aggiunge con aria complice, alzando un sopracciglio, sempre quello di Gasmann quando la sa lunga oppure, ancora meglio, di Walter Chiari - siamo sempre in bianco e nero, qui, al mercato dei fiori - "je darei questa. Lo vede er boccio? Questa le fa il fiore che, come le devo dì, è un fiore... leopardato. Tipo, pe' faje capì mejo... giaguarato!"
Diciotto euro, tre belle piante grasse che hanno bisogno di poco. Vero? 
"De poco, de poco. Vivono a dumila gradi, ner deserto, che je farà  n' termosifone de casa?!"
Euforbia, stapelia. Anzi, stapelia dal fiore giaguarato che mi regala un pezzo di Roma in via di estinzione. Eccola in fiore.

(tipi romani)

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