martedì 20 gennaio 2015

Oggi sulla strada

Nell'Olimpo degli scrittori Jack Kerouac è sempre quello un po' piacione, sempre in jeans e sempre sulla strada, e paga il prezzo di essere l'icona numero uno della beat generation, movimento culturale che è già un'icona di suo. 
Mesto destino di un autore che viene letto spesso solo nell'adolescenza per rimanere così a galleggiare nelle teste non sedimentandosi in profondità, mero oggetto di culto come la Vespa o il Che. 
Buddista, fricchettone e fichissimo ante litteram sconta, eternamente, lo scotto di tutto questo anche così: 

(Pois indecifrabili. Corriere della Sera 14 gennaio scorso)



Nei primi anni cinquanta, attratto da meditazione e buddismo, accede al Giappone attraverso la lettura del saggio di D.T. Suzuki, prezioso volume uscito nel 1927 che Adelphi ha appena ripubblicato.  
Il fascino del ritmo sincopato e jazzistico di un componimento così sintetico non poteva non piacere al nostro mito, a questo Jackson Pollock della scrittura. Scriveva a Lawrence Ferlinghetti: "Vorrei raccogliere tutti gli haiku dei miei taccuini e farne un libro...". Ne ha scritti migliaia. 





Solo leggendoli, meglio se in controluce con quelli giapponesi, la sorpresa, il piacere e il godimento diventano profondi.
Troviamo rigore e conoscenza, studio e passione. E anche la totale e febbrile dipendenza dal comporne visto che girava con un taccuino in tasca proprio come facevano i maestri zen che frequentiamo in questo blog.





I suoi haiku giocano a rispecchiarsi nella trasparenza liquida dei classici, come in questo, in cui è evidente il rimando alla rana di Bashō:

Un vecchio laghetto, sì
Nell'acqua si è tuffata a capofitto
Una rana


O questo di Issa (1763-1827) :

Cade la rugiada
i passeri cantano
la vita futura

a cui Kerouac sembra rispondere, acidamente, così:

Piccoli passerotti grigi
sul tetto
sparerò al mio redattore


L'appassionata introduzione della curatrice Regina Weinreich è tutta da leggere e spiega molto del mondo giapponese dello scrittore la cui originalità, aggiungo modestamente, consiste non solo nel rispecchiare le regole poetiche o in questa composizione speculare e divertita sul calco classico, ma nel fatto che con gli haiku di Kerouac noi "vediamo", realmente e alla lettera, l'America.
Cactus, mosche, sedie a dondolo, birre, serpenti eccetera eccetera vanno a comporre questi microcosmi americani a tre versi che ci fanno ascoltare nettamente la voce dell'autore che canta "quel" crepuscolo o "quella" stagione.

Eccone altri ancora, sempre tratti dall'edizione Mondadori, ora fuori catalogo, tradotti da Silvia Rota Sperti:

Notte di primavera -
il vicino picchia col martello
nella nuova-vecchia casa
...
Eccomi qua
due del pomeriggio
Che giorno è oggi?
...

Lottano contro il lucchetto,
le porte della rimessa
A mezzogiorno
... 
Arrivano da ovest
coprono la luna
Le nubi - non un suono
... 
Gioco a basket
- la vicina di casa
Continua a guardarmi 
... 
La sedia bianca tende
le braccia verso
i Cieli - soffioni



Pops dopo pops - proprio così Kerouac chiama i suoi haiku contraendo la parola poems e tirandone fuori una ancora più "tonda" nel suono - si intuisce come il suo modo di vedere la realtà, anche grazie alla lettura dei grandi maestri zen, sia un modo tutto nuovo.
E On the road, in cammino, come un anonimo monaco zen.









 







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